Juve, la lezione dell'Ajax E quella di Andrea Agnelli

La Juve va a picco, in Champions, senza capirci granché, contro una squadra che gioca meglio, decisamente meglio. Le citazioni di calcio totale dell’Ajax di Erik ten Hag, richiamano in versione bonsai le grandi pagine di storia del club che mantiene il profilo di Johan Cruijff, e mettono a nudo le scelte di Max Allegri e il suo modello italiano, un po’ stanco. Per andare in semifinale, serviva un replay del match vinto a Torino contro l’Atletico del Cholo. C’era bisogno di quella veemenza, della stessa ampiezza, dell’intensità, e della tecnica che aveva permesso a Cristiano Ronaldo di sfondare il bunker di Simeone. La partenza è stata buona, ma la supremazia della Juve è durata troppo poco, si è spenta come un cerino attorno alla fragile verve di Dybala. Nonostante l’1-0 di Ronaldo, l’Ajax ha continuato a credere nel suo gioco totale. E andando a pressare molto alto, ha tolto lucidità, ossigeno e palloni a Pjanic, Bernardeschi e alle altre improvvisate fonti di gioco dei bianconeri.
I GIOVANI DI TEN HAG — Otto giocatori di Ten Hag avevano giocato e perso la finale di Europa League nel 2017 contro il Manchester United di Mou. In questi due anni sono cresciuti molto e il valore aggiunto del loro giocare assieme in una scuola di grande tradizione ha fatto la differenza. Lo si era già visto contro Bayern e Real, due squadroni a fine ciclo. Era molto più difficile immaginare un epilogo analogo contro la Juve, perché la squadra di Allegri – sulla carta – aveva le potenzialità per portarsela finalmente a casa, questa benedetta Champions. Tutta la stagione era stata plasmata per questo obiettivo. Le parole dette a fine match fanno onore al presidente Andrea Agnelli: i complimenti fatti agli avversari di ieri sono una bella lezione per il nostro calcio. Abbiamo tante cose da imparare dall’Ajax. E probabilmente qualcosa da rimproverare ad Allegri per le scelte fatte contro gli olandesi, e la grande chance perduta. L’ottavo scudetto che la Juve potrà festeggiare sabato contro la Fiorentina non guarisce la ferita. C’è qualcosa da ripensare.
CR7 E LEO — Era dai tempi della guerra di Libia, nella quale venne ucciso Gheddafi, e dall’esplosione degli sbarchi di migranti a Lampedusa che Cristiano Ronaldo arrivava puntuale in semifinale di Champions. In quel lontano 2011, il governo Berlusconi stava per passare la mano ai tecnici di Mario Monti. E intanto il Milan conquistava l’ultimo scudetto prima dell’egemonia bianconera che continua ancora oggi: in panchina c’era Allegri, mica uno qualunque. Otto anni sono una vita, Ronaldo da allora non si era fermato. L’anticamera della finale era diventata la sua casa. Le quattro Champions conquistate nelle ultime cinque edizioni, con la maglia del Real, avevano legittimato l’incoronazione. La Juve ha investito un oceano di milioni su di lui, contando sulla sua differenza. Contro l’Atletico, negli ottavi, l’aveva fatto. Stavolta è rimasto appena sopra al rigo: un gol pesante ad Amsterdam, l’altro che pareva potesse fissare la qualificazione, ieri allo Stadium. Niente, non è bastato. Quel fallo da giallo, sul traguardo, che ha travolto il povero Veltman, racconta tutta la sua frustrazione per lo sfratto imposto dall’Ajax. Cristiano c’era, gli altri non abbastanza. Al Camp Nou, la gente del Barça festeggia anche questa sconfitta di CR7, assieme al trionfo di Messi, che liquida lo United e porta i blaugrana a quattro partite da un nuovo possibile Triplete. Per Leo può essere davvero l’anno della grande rivincita.

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