Gentile suona la carica “Chiodi sul mio passato”

Due chiodi nella mano destra e forse, nei mesi sofferenti e mesti dell’infortunio, pure nell’anima. Ma ora conta ben altro. Alessandro Gentile profuma di azzurro nell’ora della verità. Stasera l’Italia può strappare il pass mondiale contro i colossi polacchi che sono alti, grossi e motivati. Per questo uno come Ale diventa indispensabile. Nell’epoca delle finestre un giocatore così se lo possono permettere in pochi e a noi basterebbe qualche flacone del suo innegabile talento. Lui intanto sembra felice e sereno accarezzando quello che ha: la Nazionale dopo un anno di esilio forzato, la Spagna, l’Estudiantes, un pollice sfregiato da cicatrici ma tornato finalmente funzionale.
Gentile, tempismo perfetto. Lei è qui, nel momento del bisogno.
«Sì, e sono fiero e felice. Vestire questa maglia trasmette sempre sensazioni speciali. Il discorso qualificazione lo dobbiamo chiudere qui, dobbiamo tornare a casa con il pass mondiale».
Cos’ha casa Italia di così speciale?
«La Nazionale è diversa dai club dove convivono giocatori di tante nazionalità diverse. Ho ritrovato il clima di sempre, la voglia e il piacere di stare assieme».
E cos’ha il c.t. Sacchetti di speciale?
«È stato un grande giocatore e quindi conosce le esigenze di chi va in campo. Tratta tutti allo stesso modo e ha la capacità di tirare fuori il meglio dai suoi uomini, pur nelle difficoltà di queste finestre che sono una novità un po’ per tutti. Ogni volta bisogna cambiare i pezzi. Per un coach non deve essere facile, d’altro canto diversi ragazzi hanno avuto l’opportunità di entrare nel giro azzurro».
Perché la Polonia fa paura?
«Perché sono grossi, tosti e giocano bene. Hanno recuperato Lampe e possiedono diversi buoni tiratori. Difesa e transizione saranno le nostre armi per provare a fermarli»
Finalmente abbiamo battuto la Lituania.
«Era ora. Ricordo bene le ultime sconfitte contro di loro. Stavolta è andata bene ma non può cancellare del tutto quelle delusioni».
Torniamo a lei. Metta ordine su una estate piena di avvenimenti.
«Bene, cominciamo da Houston. Ho ricevuto un invito per la Summer League a cui ho dovuto rinunciare per problemi fisici, poi non si sono create le condizioni per proseguire il rapporto con i Rockets. A quel punto ho aspettato che dall’Europa arrivare la chiamata giusta».
Estudiantes. Spagna.
«Esatto. Il campionato più competitivo e bello d’Europa. La qualità è alta. Anche se non siamo un club di vertice, l’esperienza è molto positiva».
L’idea di fermarsi in Spagna dopo tanti cambiamenti la stuzzica?
«Non guardo al futuro e nemmeno al passato da cui porto con me tanti ricordi, belli e brutti. Ho deciso di vivere solo nel presente».
E che cosa vede?
«Un nuovo percorso della mia carriera. A Treviso, da ragazzino, ho avuto un ruolo di primo piano e così a Milano diventandone il capitano. Poi anche momenti difficili. È il mio 10° anno da professionista e sono contento di quello che ho fatto».
Ripartire mettendosi in gioco lontano dalla nostra pallacanestro può essere un vantaggio?
«In Spagna il pubblico è molto competente. Là sei trattato come tutti gli altri. Magari sei un po’ meno protetto ma più rispettato».
Nessuna nostalgia dell’Italia?
«Proprio nessuna».
Lei ha imbucato il tunnel degli infortuni nel 2016, quando era capocannoniere di Eurolega.
«Voglio tornare quel giocatore, certo. Molti parlano di me come se la mia carriera fosse finita, ma io sono ancora giovane e ho tanta voglia di giocare»
In questi mesi che tipo di lavoro ha svolto?
«Innanzitutto ora curo molto di più l’alimentazione. Poi ho lavorato tantissimo sul tiro con la macchina spara-palloni».
Rimpianti per come è stato gestito l’infortunio.
«Sì, non l’ho gestito bene. Mi sono operato una prima volta e non è andata bene, poi ho sottovalutato la questione giocandoci sopra quando ero alla Virtus. Da quando mi hanno inserito i due chiodi, la mano è più stabile. Era un intervento necessario che avrei dovuto fare molto prima».

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